
E adesso tacete,
putridi scarafaggi,
mentre mi tolgo i vostri infetti residui dai denti,
invidiatemi,
spero davvero di non essermi illusa,
mi sono appena accorta
che sono loro ad essere
la mia auspicata rivincita.



Stavo camminando sui bordi di una strada impervia e scoscesa, quando lo incontrai. Il fango mi risucchiava le gambe. Faceva freddo, e il vento mi colorava le guance. Ero insicura, terrorizzata. Avevamo deciso, col mio fedele compagno, che avrei dovuto proseguire da sola. Così mi sentivo, sola e inutile, prossima ad un abisso infinito, pronta a saltarci dentro piuttosto che soffrire e tormentarsi in quel modo. Il fiato era ghiaccio, corto, non sentivo più le mani. Quando arrivò, non ero che un vuoto corpo gelido. Mi guardò, e fui stupita di non leggere odio nel suo sguardo, né disgusto, né repulsione, né ripugnanza (scoprii invece poco dopo che ero stata ingannata dalla sua impenetrabilità). Mi salutò con la mano e si voltò. Non avevo altra scelta. Mi alzai tentennando e lo seguii. Camminammo a lungo, per giorni, mesi. Qualche volta lui si voltava. Mi parlava. Mi sorrideva. O mi abbracciava. Senza saperlo, mi proteggeva, mi indicava la strada. Lui non sa, e non ha mai capito, ciò che significasse per me. Qualche volta invece ci ferivamo a vicenda, ci insultavamo, ci irritavamo, ci disprezzavamo. Eppure credevo ingenuamente che tutto ciò fosse...normale. Che fosse più forte, non so, la sintonia. Lui quel giorno mi aveva guardato, mi aveva esaminato. Aveva capito chi ero. Ero il male, e lui l'aveva accettato.
Poi un giorno, dopo l'ennesimo contrasto, lui non si voltò più. Non voleva più essere seguito, ma io non lo capii, continuando ignara e petulante.
Fu così, che infine, si voltò. Mi venne incontro minaccioso, e cominciò a sputarmi addosso conati di disprezzo, di ostilità e di rancore. Mi penetrò il petto con le sue esili unghie affilate. Mi scuoiò la carne, in lunghi lembi. Poi si gettò su di me, strappando frammenti di carne con i denti. Ero così sorpresa, debole e inutile che glielo lasciai fare senza ribellarmi.
Mi dilatò con forza i tessuti muscolari...
...e si gustò il mio cuore.
Ecco che cosa si trova in cartelle del computer dimenticate da anni. Posso dire di provare tenerezza per quello che leggo, il che è strano perchè se ripenso agli anni in cui ho scritto queste cose, mi vedo come una stupida ragazzina, cretina, ingenua e superficiale. Questo lo dimostra, anche dal modo in cui scrivevo (non che mi piaccia il modo in cui scrivo ora...). Facevo la seconda media quando ho iniziato a scrivere questo "libro" (peccato che a riguardarlo ora mi accorga che non sono più di una ventina di pagine), e come sempre non ne sono mai stata soddisfatta, rimaneggiandolo più volte per poi abbandonarlo del tutto. Va visto solo come il ritratto di una fantasia pre-adolescenziale (e penso di riuscirci meglio io di quello sfigato di Moccia, che forse adolescente non è neanche mai stato). Ma, a parte questo, rimane una, se non l'unica, delle poche cose che sono riuscita a concludere. Solo per questo merita di rileggerlo. E anche per farci sopra due risate.

Mah. Mi sono già pentita di averlo pubblicato.

Ed ecco che sono di nuovo in ritardo. Faccio mente locale su cosa ho dimenticato. Cazzo, le liste mentali sono difficili da gestire. Osservo le chiavi gelide giacere sul tavolo. Le afferro facendole scorrere dentro alla tasca. Cammino veloce nel corridoio cercando di guadagnare secondi. Liscio le pareti con le spalle. Sono di nuovo in ritardo, cazzo, non è possibile. Premo il pulsante dell'ascensore ascoltandone il percorso. Canticchio "Think, think, think, think, think". Inaspettatamente mi blocco. Un odore familiare mi sorprende, facendomi venire i brividi sulla pelle. È strano come delle persone ci ricordiamo le cose più assurde. Io di mia nonna mi ricordo un sacco di cose, anche molto lontane nel tempo, ma fino ad oggi non riuscivo a ricordarmi il suo odore. Se penso a mia nonna mi viene in mente la sua voce rauca, data probabilmente dall'uso smodato di tabacco. Fumava in continuazione. Spengeva le sigarette, le lasciava sul posacenere per un pò, e poi quando le andava, le riaccendeva. Non ricordo però che marca fumasse. Marlboro? Muratti forse. Se penso a mia nonna mi vengono in mente le calamite. Aveva una calamita anche sotto la saponetta, in bagno. Ciò mi sembrava una cosa fantastica, al tempo. Aveva delle calamite perfino in macchina. Sul cruscotto tre o quattro madonnine, tonde, a forma di cioccolatino. Mi divertivo a staccarle e riattaccarle. Non amava che lo facessi, mi pare. Se penso a mia nonna mi ricordo la sua mania per non lasciare avanzi. Il suo continuo travasare liquidi da una bottiglia all'altra. Essendo una maestra oltre che ad una nonna, mi istruiva,e di lei ricordo quasi tutto, forse perchè con lei trascorrevo praticamente tutti i pomeriggi. Se mi impegno riesco perfino a ricordarmi i tratti del suo volto. Gli occhialoni, i capelli neri. Ma non riuscivo a ricordarmi quel dannatissimo odore. Quell'odore strano e indescrivibile. Un odore che sembrava provenire direttamente dalle mattonelle. Un misto di cibo, sigarette e caffè. Non proprio piacevole. Direi, particolare.
Ma ecco che l'ascensore si dischiude, mi avvinghia costringendomi ad andare. E l'odore sparisce e io devo smetterla con queste minchiate proustiane.

Non potrei mai contraddirla. Lei è la più grande, anche se di pochi giorni, e ha tutti i diritti del mondo. Prende la scatolina rossa e bianca, che aveva precedentemente scoperto dentro allo sportello di vetro in soggiorno e corre veloce per il corridoio, andandosi a sedere nel bordo del letto. Scarta con fretta la superficie di cartone, rivelando così le tre uova di cioccolata. Prende quella alla sua sinistra e comincia a sbatterla in su e in giù vicino all'orecchio. Dal suo viso non riesco a capire quello che sta pensando. Prende il secondo uovo e ripete lo stesso procedimento. Lo riappoggia nella scatolina al centro e prende il terzo. E dopo averlo ascoltato, lo rimette di nuovo al suo posto. Ecco il verdetto. Lei prende quello al centro. Io, dopo aver ascoltato velocemente le due uova restanti, decido per il primo. Mio fratello, il più piccolo, e quindi privato della facoltà di decidere, si becca così il terzo. Ed eccoci tutti e tre a scartare velocemente la carta di alluminio, e a dividere meccanicamente in due l'uovo. Ora lei ha la parte di plastica gialla tra i denti per fare pressione e rilevare la sorpresa. Io aspetto, e la guardo. Vedo i suoi occhi illuminarsi. Come ogni stramaledetta domenica. E salta, e urla. Come ogni stramaledetta domenica. È matematico. Tra tre uova, una è la sorpresa del mese, quella da collezione. Quella tanto ambita, che finirà dopo qualche anno, dentro a qualche barattolo o venduta a qualche mercatino. Le altre due, sono cose da montare, si sa. Una macchinina. Un aeroplanino. Mi diverte montarle, ma mi brucia darle la soddisfazione di aver vinto di nuovo, di essere stata fortunata.
Come ogni stramaledetta domenica.