venerdì, 20 novembre 2009

INSANE

 

E adesso tacete,

putridi scarafaggi,

mentre mi tolgo i vostri infetti residui dai denti,

invidiatemi,

spero davvero di non essermi illusa,

mi sono appena accorta

 che sono loro ad essere

la mia auspicata rivincita.

 

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lunedì, 16 novembre 2009

SONO



Sono così dannatamente annoiata da essere esageratamente noiosa.
Io stessa non vorrei starmi vicino. Io stessa non saprei di che parlarmi. Io stessa troverei indiscreto il mio continuo bofonchiare a vanvera per coprire i silenzi.
Inadeguata ad ogni occasione.
Ad ogni persona.
Luogo.
Spazio.
Tempo.
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lunedì, 16 novembre 2009

LA FOLLA



Seduta con le gambe incrociate sulla sedia, Jane pensava ad un modo di evitare quella tortura. Mancava solo un'ora alla chiusura dei negozi e, pensò, doveva farsi coraggio e uscire. Se solo avesse avuto qualcuno per accompagnarla. L'ansia aveva ormai preso il sopravvento. Lo stomaco sembrava corrodersi, e il battito del cuore le soffocava il respiro. Doveva farlo quel maledettissimo regalo, pensò, non poteva evitarlo. Così aprì la porta ed uscì. Non c'era luogo dove Jane si sentisse al sicuro. Solo a casa riusciva a far finta di non esistere. Se qualcuno bussava alla sua porta, lei non apriva. Se sentiva un rumore nel corridoio, si accostava alla porta con l'orecchio, rendeva il respiro silenzioso e sperava con tutte le sue forze di non essere disturbata, insomma, scoperta. Ma quella non poteva essere definita "una casa". Le pareti bianche, lasciate immacolate come sinonimo di sofferenza, di vuotezza interiore. Quella era una prigione, una comoda e calda prigione dove poter scomparire. Era triste il pensiero di non avere un luogo dove voler essere. In qualsiasi posto, si sarebbe sentita a quel modo. Non era con la città in cui abitava o con la nazione, era con il mondo intero che Jane non si sentiva compatibile. Pensava tutto ciò mentre scendeva di corsa per le scale. Che triste ritrovarsi in questa situazione. Avere la consapevolezza di stare sprecando una vita. Eppure Jane un tempo non era così. Si adattava a tutto e non aveva paura di niente. Così si tormentava. Com' è che era diventata in quel modo? Che cosa era successo? Di chi era la colpa? Lei non voleva essere in quel modo. Voleva essere felice, indipendente, sicura di sé. E tutto questo doveva riconquistarselo. Doveva farsi coraggio, buttarsi, sfidare le paure e le vergogne. "Sono forte" si disse mentre apriva il portone "non avrò paura, sfiderò me stessa". Ma uscita sulla strada si sentì premere a terra da un macigno di una tonnellata. Le persone passavano guardandola. Fissandola. Che stupida doveva apparire con quella faccia terrorizzata. Che ridicola con quei vestiti addosso. Jane si ricordò allora di cosa le aveva suggerito una persona. Se con la gente ti comporti da impacciato, da depresso o qualsiasi altra cosa loro se ne accorgono e ti stanno lontano. Allora, pensò, doveva far finta di non aver paura. Di ostentare sicurezza. Così alzò la testa e camminò veloce. Il viso era di pietra, la testa alta, ma dentro un fitto vuoto turbinava nello stomaco. Superato il vialetto, Jane si ritrovò; sulla via principale, così fitta di gente da farle venire la nausea. Così ampia e spaziosa da farla sentire minuscola. Minuscola e inutile prima. Enorme e goffa un secondo dopo. Tutti la fissavano ridendo. Con il peso degli sguardi sulle spalle, il fiato che mancava e le gambe che non volevano funzionare, Jane riuscì ad attraversare la strada e a portarsi sull'altro lato. Un grande passo, pensò, ma non era finita. Ora il marciapiede stretto la costringeva ad incrociare una massa enorme di persone provenienti dalla parte opposta. Che imbarazzo. Doveva fissarli a sua volta o guardare in basso? Fissarli o guardare in basso? Nel dubbio, il risultato era un su e giù davvero imbarazzante. Perfino il suo modo di camminare le sembrava stupido. Aveva la sensazione di sbandare da una parte e dall'altra. Che figura. "Eccola lì, guardatela signori e signore, lì nel cerchietto nero, che goffa, che stupida, che esserino imbarazzante! Guardatela signori e signore che vergogna, che scarto della società! Un'inetta incapace alla vita! E questo schifo vorrebbe girare il mondo? Conoscere gente? Fare l'artista? Fissatela e per piacere ridete di lei così che si possa rendere conto l'inutilità della sua esistenza! Che torni al suo caldo nido sicuro!". Tutto ciò era stupido pensò. Doveva smetterla di pensare a quelle cose. Ma perché allora era così sola? Qual'era la spiegazione? Perché nessuno voleva avere contatti con lei se non perché era noiosa, goffa o addirittura cattiva? Arrivata davanti al negozio fece un lungo respiro. Appoggiò la mano alla fredda maniglia e spingendo con tutte le sue forze, entrò.
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giovedì, 20 agosto 2009

IL GIORNO CHE MI DIVORARONO IL CUORE

Stavo camminando sui bordi di una strada impervia e scoscesa, quando lo incontrai. Il fango mi risucchiava le gambe. Faceva freddo, e il vento mi colorava le guance. Ero insicura, terrorizzata. Avevamo deciso, col mio fedele compagno, che avrei dovuto proseguire da sola. Così mi sentivo, sola e inutile, prossima ad un abisso infinito, pronta a saltarci dentro piuttosto che soffrire e tormentarsi in quel modo. Il fiato era ghiaccio, corto, non sentivo più le mani. Quando arrivò, non ero che un vuoto corpo gelido. Mi guardò, e fui stupita di non leggere odio nel suo sguardo, né disgusto, né repulsione, né ripugnanza (scoprii invece poco dopo che ero stata ingannata dalla sua impenetrabilità). Mi salutò con la mano e si voltò. Non avevo altra scelta. Mi alzai tentennando e lo seguii. Camminammo a lungo, per giorni, mesi. Qualche volta lui si voltava. Mi parlava. Mi sorrideva. O mi abbracciava. Senza saperlo, mi proteggeva, mi indicava la strada. Lui non sa, e non ha mai capito, ciò che significasse per me. Qualche volta invece ci ferivamo a vicenda, ci insultavamo, ci irritavamo, ci disprezzavamo. Eppure credevo ingenuamente che tutto ciò fosse...normale. Che fosse più forte, non so, la sintonia. Lui quel giorno mi aveva guardato, mi aveva esaminato. Aveva capito chi ero. Ero il male, e lui l'aveva accettato.

Poi un giorno, dopo l'ennesimo contrasto, lui non si voltò più. Non voleva più essere seguito, ma io non lo capii, continuando ignara e petulante.

Fu così, che infine, si voltò. Mi venne incontro minaccioso, e cominciò a sputarmi addosso conati di disprezzo, di ostilità e di rancore. Mi penetrò il petto con le sue esili unghie affilate. Mi scuoiò la carne, in lunghi lembi. Poi si gettò su di me, strappando frammenti di carne con i denti. Ero così sorpresa, debole e inutile che glielo lasciai fare senza ribellarmi.

Mi dilatò con forza i tessuti muscolari...

...e si gustò il mio cuore.

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giovedì, 09 luglio 2009

LA CORSA DI PETER SCASSO

Ecco che cosa si trova in cartelle del computer dimenticate da anni. Posso dire di provare tenerezza per quello che leggo, il che è strano perchè se ripenso agli anni in cui ho scritto queste cose, mi vedo come una stupida ragazzina, cretina, ingenua e superficiale. Questo lo dimostra, anche dal modo in cui scrivevo (non che mi piaccia il modo in cui scrivo ora...). Facevo la seconda media quando ho iniziato a scrivere questo "libro" (peccato che a riguardarlo ora mi accorga che non sono più di una ventina di pagine), e come sempre non ne sono mai stata soddisfatta, rimaneggiandolo più volte per poi abbandonarlo del tutto. Va visto solo come il ritratto di una fantasia pre-adolescenziale (e penso di riuscirci meglio io di quello sfigato di Moccia, che forse adolescente non è neanche mai stato). Ma, a parte questo, rimane una, se non l'unica, delle poche cose che sono riuscita a concludere. Solo per questo merita di rileggerlo. E anche per farci sopra due risate.

Cap.1 PETER SCASSO

 

 Peter Scasso correva in quella malinconica giornata di Autunno, quando le pozzanghere ti bagnano i jeans e le folgie degli alberi si staccano. C'era, per le strade di Dublino, un'aria silenziosa, quasi assente, almeno per Peter che viveva nel suo mondo, e lui correva con l'aria felice di un bambino, distratto da tutto. Il cuore batteva a velocità pazzesca. Ora, che Peter fosse di fretta non c'era neanche da pensarlo, perché lui correva sempre, ma proprio sempre e per di più quando lo faceva, lo faceva come un razzo. Correva per andare a lavore, in un piccolo supermarket dove in cambio della fatica, riceveva i soldi per pagare la sua parte di affitto. Ma anche se lavorava Peter, era un tipo libero, non faceva niente, capelli biondo cenere gli cadevano sugli occhi, ingenui e profondi. Non è che fosse tanto a posto, ma non era cattivo. Non avrebbe fatto male nemmeno ad un millepiedi (tutto ciò chiaramente quando era sobrio, il che capitava poco di frequente). Era strano e poche persone riuscivano a capirlo, intendo Sam, Tome e Gink. Erano amici dal liceo, tranne Gink che era più piccolo, stessa scuola, stessa classe, stessi interessi, ma soprattutto stessi cazzi di famiglia. Il gruppo si basava sul fatto che i tre avessero cominciato a suonare e a scrivere testi e che, quel trio di amici fosse diventato una band. Così avevano fatto le valigie, mollando tutto alle spalle in creca di un futuro, ed erano partiti per Dublino, lasciandosi alle spalle scuola e famiglie. Insieme a loro Peter aveva portato Gink (figlio di un'amica di sua zia), giusto perchè voleva toglierlo dalla merda che aveva intorno con sua madre; sempre in cerca di lavori e di uomini. Avevano trovato un appartamento adatto, grazie ad alcune "conoscenze" della madre di Peter, e la band aveva fatto progressi, riuscendosi a conquistare serate e concerti. Certo, sempre con un pubblico scarso, ma era già un inizio. Principalmente si crearono un sacco di problemi; innanzitutto perché Tom aveva un odio sfrenato per Gink. Lo detestava e Peter che vedeva Gink come un fratello minore, diventava furioso. Alla fine succedeva sempre che Tom picchiava Gink, Peter picchiava Tom e Sam doveva dividerli. Il problema di Tom era che dava la colpa dei propri problemi agli altri e con Gink la cosa riusciva molto meglio. Gink non era poi una gran simpatia, ma secondo Peter era, per la sua età, al di fuori di ogni pregio della vita. "Quei pochi che esistono", diceva. In fondo però erano tutti una stessa cosa, tutti con un passato, con un presente e con un niente per futuro. Tutti dimenticati, smarriti dal mondo, come la scia che lascia l'aereo, come un cantante che non smetterà mai di recitare la sua poesia.

 

 

Mah. Mi sono già pentita di averlo pubblicato.

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mercoledì, 24 giugno 2009

ODORI

Ed ecco che sono di nuovo in ritardo. Faccio mente locale su cosa ho dimenticato. Cazzo, le liste mentali sono difficili da gestire. Osservo le chiavi gelide giacere sul tavolo. Le afferro facendole scorrere dentro alla tasca. Cammino veloce nel corridoio cercando di guadagnare secondi. Liscio le pareti con le spalle. Sono di nuovo in ritardo, cazzo, non è possibile. Premo il pulsante dell'ascensore ascoltandone il percorso. Canticchio "Think, think, think, think, think". Inaspettatamente mi blocco. Un odore familiare mi sorprende, facendomi venire i brividi sulla pelle. È strano come delle persone ci ricordiamo le cose più assurde. Io di mia nonna mi ricordo un sacco di cose, anche molto lontane nel tempo, ma fino ad oggi non riuscivo a ricordarmi il suo odore. Se penso a mia nonna mi viene in mente la sua voce rauca, data probabilmente dall'uso smodato di tabacco. Fumava in continuazione. Spengeva le sigarette, le lasciava sul posacenere per un pò, e poi quando le andava, le riaccendeva. Non ricordo però che marca fumasse. Marlboro? Muratti forse. Se penso a mia nonna mi vengono in mente le calamite. Aveva una calamita anche sotto la saponetta, in bagno. Ciò mi sembrava una cosa fantastica, al tempo. Aveva delle calamite perfino in macchina. Sul cruscotto tre o quattro madonnine, tonde, a forma di cioccolatino. Mi divertivo a staccarle e riattaccarle. Non amava che lo facessi, mi pare. Se penso a mia nonna mi ricordo la sua mania per non lasciare avanzi. Il suo continuo travasare liquidi da una bottiglia all'altra. Essendo una maestra oltre che ad una nonna, mi istruiva,e di lei ricordo quasi tutto, forse perchè con lei trascorrevo praticamente tutti i pomeriggi. Se mi impegno riesco perfino a ricordarmi i tratti del suo volto. Gli occhialoni, i capelli neri. Ma non riuscivo a ricordarmi quel dannatissimo odore. Quell'odore strano e indescrivibile. Un odore che sembrava provenire direttamente dalle mattonelle. Un misto di cibo, sigarette e caffè. Non proprio piacevole. Direi, particolare.

Ma ecco che l'ascensore si dischiude, mi avvinghia costringendomi ad andare. E l'odore sparisce e io devo smetterla con queste minchiate proustiane.

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mercoledì, 29 aprile 2009

COME OGNI STRAMALEDETTA DOMENICA PARTE 1

Non potrei mai contraddirla. Lei è la più grande, anche se di pochi giorni, e ha tutti i diritti del mondo. Prende la scatolina rossa e bianca, che aveva precedentemente scoperto dentro allo sportello di vetro in soggiorno e corre veloce per il corridoio, andandosi a sedere nel bordo del letto. Scarta con fretta la superficie di cartone, rivelando così le tre uova di cioccolata. Prende quella alla sua sinistra e comincia a sbatterla in su e in giù vicino all'orecchio. Dal suo viso non riesco a capire quello che sta pensando. Prende il secondo uovo e ripete lo stesso procedimento. Lo riappoggia nella scatolina al centro e prende il terzo. E dopo averlo ascoltato, lo rimette di nuovo al suo posto. Ecco il verdetto. Lei prende quello al centro. Io, dopo aver ascoltato velocemente le due uova restanti, decido per il primo. Mio fratello, il più piccolo, e quindi privato della facoltà di decidere, si becca così il terzo. Ed eccoci tutti e tre a scartare velocemente la carta di alluminio, e a dividere meccanicamente in due l'uovo. Ora lei ha la parte di plastica gialla tra i denti per fare pressione e rilevare la sorpresa. Io aspetto, e la guardo. Vedo i suoi occhi illuminarsi. Come ogni stramaledetta domenica. E salta, e urla. Come ogni stramaledetta domenica. È matematico. Tra tre uova, una è la sorpresa del mese, quella da collezione. Quella tanto ambita, che finirà dopo qualche anno, dentro a qualche barattolo o venduta a qualche mercatino. Le altre due, sono cose da montare, si sa. Una macchinina. Un aeroplanino. Mi diverte montarle, ma mi brucia darle la soddisfazione di aver vinto di nuovo, di essere stata fortunata.

Come ogni stramaledetta domenica.

postato da etherevenge alle ore 22:13 | Permalink | commenti (2) / commenti (2) (pop-up)
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